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Nello studio torinese del pittore Stefano Faravelli: un luogo contemporaneo di fine ‘700

Un luogo non è uno spazio. Ad averlo chiaro è Stefano Faravelli, pittore torinese che incontro inerpicandomi nelle viscere protette e delicatamente soleggiate della collina di Torino. Mi accoglie avvolto da un grande scialle marrone che sussurra di terre lontane. “Un luogo”, dice, “ha a che fare con la sedimentazione delle esperienze, è segnato; lo spazio invece è una questione di quantità, sfugge al lessico delle emozioni”.

Con i suoi carnet di viaggio Stefano Faravelli dipinge meraviglie da mondi lontani. Come la Torino d'altri tempi che ci fa scoprire in questa intervista

Foto di Martina Merletti

Sarà perchè ha chiaro questo abisso semantico che una cosa appare evidente: i suoi acquerelli descrivono luoghi in tutta la loro composita bellezza, frammenti di mondo che Stefano ha attraversato e che, come schegge, sono entrati a far parte della sua esperienza.

Con i suoi carnet di viaggio Stefano Faravelli dipinge meraviglie da mondi lontani. Come la Torino d'altri tempi che ci fa scoprire in questa intervista

Foto di Martina Merletti

Dall’India al Giappone, dal Mali al Madagascar, il suo atelier è lo specchio di questi viaggi, una sorta di museo affettivo nel quale ho il privilegio di essere accolta.

Con i suoi carnet di viaggio Stefano Faravelli dipinge meraviglie da mondi lontani. Come la Torino d'altri tempi che ci fa scoprire in questa intervista

Foto di Martina Merletti

Seduta sul divano, avvolta dalla luce naturale che entra da quattro grandi finestre, gli chiedo cosa gli manchi di questa città quando è lontano. “La torinesità,” mi dice. “Questa cosa impalpabile che trovi in certi angoli di Torino, ad esempio da Bianco e Marziano, un antico negozio di colori in via San Massimo 8, dove vai per cercare qualcosa e sai che troverai qualcos’altro, dove non puoi pagare con il bancomat ma c’è questa bellissima cassa d’epoca. Un luogo impregnato d’anima, dove una signora meravigliosa vende a noi pittori questo pennello qua,” mi mostra un pennello sottilissimo, il Winsor&Newton serie 7, creato per la regina Vittoria, “il bisturi della pittura”, dice.

Con i suoi carnet di viaggio Stefano Faravelli dipinge meraviglie da mondi lontani. Come la Torino d'altri tempi che ci fa scoprire in questa intervista

Foto di Martina Merletti

Mentre Stefano racconta questo scorcio di torinesità carico di odori cromatici mescolati allo scricchiolio del legno, guardando la coda di un formichiere disegnato lì accanto, mi rendo conto dei miracoli di cui questo arnese rende capaci.

Con i suoi carnet di viaggio Stefano Faravelli dipinge meraviglie da mondi lontani. Come la Torino d'altri tempi che ci fa scoprire in questa intervista

Foto di Martina Merletti

“Un’altra oasi di torinesità,” continua, “è la Ditta Rosa Serafino, in piazza della Consolata, un’erboristeria dove gli scaffali di legno massiccio sono carichi di formosi barattoli di vetro antico pieni di spezie. Lì puoi comprare quelle fantastiche pastiglie alla violetta che, come le pastiglie Leone, sono una costante della torinesità. Insomma, in questi luoghi vale la pena mettere il naso; funzionano come macchine del tempo”, dice Stefano.

Poi tira fuori dalla borsa un taccuino e mi mostra i disegni del suo ultimo atelier al MAO, il Museo d’Arte Orientale di Torino: splendidi pezzi della collezione tenuti insieme da un verde turchino che si muove sulla pagina con la flessuosa leggerezza dell’acqua.

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Foto di Martina Merletti

Disegni capaci di ricordare che in questa città scorre una vena orientale potente. Il MAO e il Museo Egizio, meravigliose tappe turistiche, ne sono i frutti più evidenti, ma per Stefano il miglior incontro tra torinesità e Oriente avviene all’Hafa Cafè Storie, “uno dei miei posti preferiti, dove un grande chef marocchino serve degli ottimi pranzi e si trascorrono serate di rara piacevolezza nella splendida Galleria Umberto I, accanto all’orientalissimo mercato di Porta Palazzo. Trovo anche romantico che alcuni muezzin pensino che, per via dei suoi minareti, il Museo della Frutta in Via Pietro Giuria fosse una moschea”.

Con i suoi carnet di viaggio Stefano Faravelli dipinge meraviglie da mondi lontani. Come la Torino d'altri tempi che ci fa scoprire in questa intervista

Foto di Martina Merletti

Dopo avermi spiegato che quello che sto fissando da un po’ è un distillatore di lacrime di coccodrillo Stefano mi svela dove concludere una giornata torinese. “Senza dubbio in una delle società di canottieri disseminate lungo il Po, magari l’Esperia: uno di quei luoghi dove senti il legno che scricchiola e l’odore del fiume,” si ferma per un sorriso.

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Foto di Martina Merletti

“Se devo dirti, l’inizio dei miei amori è sempre stato lì, in riva al fiume; perché le città in fondo servono anche a questo”.

L'autore: Martina Merletti

Martina Merletti nasce nel 1992 e va fiera del suo nome allitterante. Nel tempo libero si è diplomata alla Scuola Holden, laureata in Agraria all'Università di Torino e ora lavora nel mondo dell’editoria per Zanichelli e nella ristorazione langarola. Vive una scissione continua tra le parole e i luoghi: la stanzetta buia dello scrittore e l’aria aperta, gli insettini, i prati montani. È ben felice, dunque, di poter unire le due cose e raccontarvi che aria tira in quel del Piemonte.

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