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Vivere due giorni esplosivi a Home Festival

Home Festival un’edizione dopo l’altra sta diventando l’evento musicale più importante d’Italia. Da sette anni, a Treviso per una settimana all’anno si festeggia in grande, cercando di costruire qualcosa di più di una rassegna di concerti, cercando di curare l’esperienza a tutto tondo e di raggiungere lo stato ideale di divertimento.

Sarà il mio primo anno in “casa”, la line up è ricca e il buzz intorno all’evento mi ha fatto crescere l’appetito a dismisura. Si sente parlare di festival internazionale, sul modello di altri mega nomi europei: Sziget, Glastonbury, Primavera Sound, Rototom. A Home Festival si fa sul serio insomma e non vedo l’ora di vivere la festa fino alla fine.

Day 3

Arrivo a Treviso il sabato mattina, in tempo per il Day 3. Un breve giro per un pranzo in città e poi direzione Home. Mi scaricano a un paio di centinaia di metri dal festival e, mentre mi avvicino, osservo i gruppi di persone che si radunano nei dintorni dei cancelli. Oggi c’è un sacco di rap in tabellone e l’headliner è Martin Garrix, perciò il popolo del Day 3 è molto giovane. Noto divertito che uno dei riti più diffusi agli eventi musicali è in atto: bere liquidi colorati da bottiglie di plastica senza etichetta, dopo aver mescolato gli ingredienti comprati al supermercato; il rito è stato praticato per la prima volta lo stesso giorno in cui fu inventato il concetto di concerto: mentre li guardo sorrido pensando ai loro genitori che trent’anni fa facevano la stessa cosa e che probabilmente oggi si arrabbierebbero.

Radunate le truppe, i ragazzi si infilano nella coda nel pomeriggio torrido di settembre; aspettano questo momento da mesi e non saranno certo i 32 gradi e un po’ di polvere che si alza dal suolo a fermare quei corpi frementi. Dentro, Gemitaiz sta scaldando il main stage, anche se le parole sono indistinte e il suono è molto confuso lo capisco dal suo modo di rappare inconfondibile, il flow sghembo che arriva con il vento oltre la recinzione.

Affronto la coda con un po’ di timore, davanti a me qualche centinaio di persone. In fondo, sopra le loro teste, un festone dice “Welcome Home”. Butto il cuore oltre l’ostacolo. Quindici minuti e sono dentro, +1 per l’organizzazione.

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Sono circa le 16:00 quando metto piede dentro la “Casa”, ovviamente il festival è già affollato. La location è l’ex dogana di Treviso, uno spiazzo di ghiaia e terra secca con alcune zone asfaltate e un passato di parcheggio per camion. Per cinque giorni all’anno, a settembre, diventa un mega parco giochi per bambini grandi appassionati di musica ed emozioni.

Davanti a me decine di bancarelle, qualche tendone, in fondo affiora il Main Stage. Guardo dritto e mi lancio nella mischia, vai col mambo!

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Le aree in cui c’è musica sono tantissime, inusuale per un evento italiano. Oltre al main stage, struttura gigante con la facciata a forma di casa, ci sono altri due palchi all’interno di grossi tendoni. In totale i palchi ufficiali sono dieci, più altri luoghi dove c’è comunque diffusione e i dj locali mettono i  dischi.
Poi ci sono le giostre, il camp di bubble football, l’airbag gigante per lanciarti nel vuoto e la tenda in cui puoi guardare dei ragazzi skateare mentre ti fai fare la barba. Sì, la barba.

Dopo un giro di ricognizione arrivo di fronte al Main Stage, c’è la pausa tra un artista e l’altro, giusto il tempo di trovare una birra ed è il turno del prossimo. Fabri Fibra arriva sul palco e mette in chiaro in cinque minuti perché sono venticinque anni che è in giro a fare il rap. Un pezzo dietro l’altro mi rendo conto che sono tutti fan di Fibra, conoscono tutti i pezzi di Fibra, migliaia di persone rappano all’unisono e muovono il corpo sui suoi beat. Fa un po’ impressione sentir dire cose forti come quelle dei suoi testi da così tanta gente insieme, ma poi capisco che si tratta solo di show. E quello che si diverte più di tutti è lui, Fabri.

Salmo sale con la sua band che il sole è ormai sparito dietro i tendoni e la temperatura comincia a essere accettabile. Si presenta con una formazione crossover, basso, chitarra, batteria e dj.
È tutta un’altra musica, assomiglia più al punk che al rap, la band scuote la folla e la zona antistante il palco si trasforma in qualcosa di simile a un campo di battaglia. Salmo incita il pubblico al casino, al pogo, ma sempre con attenzione a non andare oltre. Alla fine d’un pezzo lo si sente dire “Raga ho visto che lì in fondo è caduto qualcuno, vi siete fatti male? Non continuiamo finché non mi dite che stanno tutti bene”. Grande Salmo, poga responsabilmente!

Dopo il live di Salmo decido farmi un altro giro per il festival: qualche decina di metri e noto che di fronte a una delle tante tende si è formato un cerchio. Una cinquantina di persone si sono raggruppate, tanti cappelli piegati all’indietro e qualche ragazzo a dorso nudo: sta succedendo qualcosa. Avvicinandomi vedo i ragazzi coi microfoni in mano, è una battaglia rap improvvisata all’interno delle mura di Home Festival, bella sorpresa. Uno stand gestito da un gruppo di ragazzi giovanissimi, con scritto “Area chill out”, ha messo un beat e richiesto una sfida ai passanti fino a che ha trovato due rapper pronti a scannarsi. La battaglia dura una decina di minuti, gli sfidanti fanno due rime a testa come nei migliori video di Youtube: uno dei due se la cava sul serio e presto si conquista il boato della folla dopo ogni entrata. Alla fine, dopo essersene dette di tutti i colori i ragazzi si abbracciano e si salutano; un altro ragazzo prende il microfono e comincia a fare il beat box. Home Festival dimostra di offrire un altro tipo di intrattenimento oltre ai concerti dei grandi nomi, qui addirittura due spettatori paganti stanno tenendo l’attenzione di un piccolo pubblico, si stanno divertendo e divertono gli altri, insomma sono loro lo show.

Poco più tardi, mentre ascolto distrattamente la musica di una delle tante tende, vengo quasi investito da un gruppo di ragazze sui diciotto. Martin Garrix ha attaccato. Sono stato in diversi festival Europei ma non ho mai visto ragazze scattare di corsa per raggiungere il palco e non perdere l’inizio di un concerto. Copro rapidamente la breve distanza che mi separa dal Main Stage, passo l’ultima bancarella e lo spettacolo davanti ai miei occhi è mozzafiato. Garrix è sul palco da solo dietro alla sua consolle, intorno a lui cannoni sparano fumo, stelle filanti e fiamme a ogni drop dopo i ritornelli. Ad un certo punto, non si capisce bene come, compare anche Fedez. Saltella in giro per il palco per un paio di pezzi e batte le mani a tempo. Probabilmente i due si conoscono e il rapper è stato invitato in occasione della data italiana direttamente da Garrix. Per tutta la durata della performance dell’headliner tutto Home Festival si trasforma in una gigantesca discoteca, almeno quindicimila persone si muovono a tempo e si godono la fine dell’estate.

Dopo Garrix c’è Johan Thiele in uno dei piccoli palchi nei pressi del Main Stage. Qui le band suonano sopra il tetto di un tour bus, blu con il tetto bianco. L’artista italiana canta in inglese e presto diversi gruppi si fermano ad ascoltare. È una delle poche voci vere del Day 3 (questa non è una critica ma un dato di fatto) e questo causa un’atmosfera irrimediabilmente romantica. Davanti al tour bus ci si siede direttamente sull’asfalto, e va bene così. Un centinaio di persone si radunano nel giro di pochi minuti davanti al palco, intorno alla torretta del fonico. Davvero bravi, davvero brava, è un peccato che i cantanti italiani debbano cantare in inglese oramai per essere presi un minimo sul serio.

Day 4

Il primo pomeriggio della domenica, il Day 4, faccio un giro al SUN68 HUB. Per la prima volta quest’anno, Home Festival ha una seconda sede, in un palazzo nel centro di Treviso.  Qui ha luogo, per tutta la durata del festival, una serie d’eventi legati all’arte e all’informazione. Ci sono alcune mostre dedicate alla musica e all’arte e alcuni speech nel chiostro interno dei djset, ogni sera. Tra le altre cose c’è una collezione di poster e oggetti dedicata ai Ramones, una mostra dell’artista Obey e alcune illustrazioni di Sid Vicious. Quando arrivo c’è un dibattito in corso in una delle sale, circa sessanta ragazzi sono all’ascolto di alcuni esperti del settore che intervengono a turno. Si parla di internet e di musica, di come utilizzare i mezzi web per comunicare con i propri fan. Alcuni specialisti consigliano i canali migliori e come usarli. Home Festival da quest’anno e grazie a SUN68 è anche un po’ di questo.

Poco più tardi mi avvio di nuovo verso la zona dogana. Appena entrato mi imbatto nel festival dei colori, ormai un cult di Home. Holi è una tradizione che proviene dalla religione induista, si pratica per simboleggiare la rinascita e la voglia di resuscitare sotto forma di esseri pieni di vita. Consiste nel lanciare in aria della polvere colorata e sporcarsi il più possibile di tinte forti. La versione di home festival è un palco che suona bass music americana, un po’ di trap e un po’ di hip hop. Molti tra il pubblico sono vestiti di bianco e la sensazione è che siano venuti a Home Festival principalmente per questo evento. È fantastico pensare che in una giornata di festival con nomi come i 2CELLOS in tabellone le persone vengano a Home per questo. La crew di MCs sul palco detta i ritmi dei lanci dei colori, “al mio segnale scatenate l’inferno”. Ecco quello che succede quando suona la sirena.

Gli abitanti di Home Festival per il Day 4 sono un po’ più maturi di quelli del giorno prima. Quando Max Gazzè e i suoi salgono sul palco, a cantare nel pubblico ci sono principalmente persone dai 25 in su. Max ricorda a tutti che la musica italiana può anche essere molto bella, alterna fasi di romanticismo puro in cui canta con la voce soave a momenti di vero rock in cui la formazione tira fuori una grinta inaspettata.
Più tardi, Vinicio Capossela arriva sul palco con la sua banda. Si notano immediatamente i costumi: la formazione è composta da una decina di musicisti più tre mariachi che vanno e vengono. Sono vestiti con strambi vestiti medievali e copricapi sgargianti. Sul palco sono state portate per il concerto quelle che sembrano cataste di legno usate per creare l’ambientazione. Più che il 2016 sembra che sul palco siano arrivati dei suonatori del 1516. Un’atmosfera di mistero si diffonde nell’aria, anche causata dallo strano modo di parlare di Vinicio che sembra usare un italiano antico. Tutta la durata del concerto è una performance artistica, non c’è un momento in cui l’artista rompe l’incantesimo dicendo qualcosa di normale, tipo un “grazie Treviso”. Perfino la presentazione del gruppo alla fine avviene in un linguaggio arcaico. Quando è il momento del “Ballo di San Vito” Capossela indossa una maschera inquietante e canta come in preda a un demone; sulla folla l’effetto è dirompente, il pubblico si lascia prendere dalla danza demoniaca.

L’ultimo act del festival appartiene ai croati 2CELLOS. I due violoncellisti ripercorrono alcuni dei pezzi più famosi di sempre con i loro archi elettrici, suonano i cavalli di battaglia degli AC/DC mentre la pioggia arriva per la prima volta sull’edizione 2016; alcuni cercano riparo nelle tende vicine al palco ma molti altri si rifiutano di battere ritirata. L’acquazzone dura pochi minuti e il concerto non s’interrompe mai. Quando è il momento di “I will wait” dei Mumford & Suns il pubblico canta il ritornello all’unisono. È il momento finale, la chiusura di Home Festival 2016.
Mentre mi avvio verso i cancelli per lasciare il festival realizzo di aver condiviso con migliaia di altre persone un’esperienza unica, che domani mattina si lavora e che passerà un bel po’ di tempo prima di vivere qualcosa di simile. Guardo le foto scattate e mi chiedo come sarà l’anno prossimo, quando in un week end di settembre tornerò a “casa”.

Credits delle foto: Leonardo Maccagnola

L'autore: Leonardo Maccagnola

Leonardo Maccagnola si occupa di mobile marketing e progetti di comunicazione come freelance. Appassionato di bella musica e film con tanti cattivi, dorme tantissimo, è dipendente dal tabasco e ha paura dell’arrivo delle AI. Vuole diventare nomade digitale per cambiare nazione due volte l’anno.

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