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Core Festival, reportage al cuore del nuovo festival di quelli dell’Home

Sei grandi occhi azzurri mi fissano. Siamo all’ingresso dell’ex Dogana di Treviso: dal manifesto, replicati come un pattern contro la grafica arancione e sormontati dai nomi di decine di musicisti, gli sguardi annunciano la prima edizione di Core Festival, il nuovo appuntamento musicale in tre giorni organizzato da Home.

Dal 7 al 9 giugno, si è tenuta a Treviso la prima edizione di un nuovo festival musicale, il Core Festival. Il nostro reportage fra palco e pubblico

Foto di Giulia Callino

Come all’interno di un cuore, quello di Core Festival è un racconto di storie che si agganciano, si specchiano, si richiamano: “Core per noi significa fare le cose con il cuore, core come attitudine”, mi dice Riccardo dei Pinguini Tattici Nucleari, “ma anche Kore, danza in greco antico. Il festival come una danza”.

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Foto di Giulia Callino

Pochi metri più in là, c’è l’italo dance di Bruno Belissimo, che per un attimo induce un cambio di metafora: “Sono nato a Toronto da genitori emigrati, mia madre gestiva un caffè, mio padre aveva un video-noleggio. Dell’Italia, quello che mi è sempre mancato erano le piazze. Un po’ come qui ora: non come ambiente fisico, ma come concetto. Il trovarsi anche per caso, solo per stare insieme”.

Dal 7 al 9 giugno, si è tenuta a Treviso la prima edizione di un nuovo festival musicale, il Core Festival. Il nostro reportage fra palco e pubblico

Foto di Giulia Callino

Tre palchi, tra cui il tendone del SUN68 Circus, che uniscono. Incontro Valentina, studentessa di economia aziendale, insieme all’amica Martina: “Per essere sicura che venisse, sono andata a prenderla a casa. Non siamo qui per un concerto in particolare, lei in realtà non è nemmeno mai stata a un festival. Ma è un’occasione da vivere insieme”.

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Foto di Giulia Callino

Contro una parete dell’hangar dell’ex Dogana, una fenice rossa sta prendendo vita curvandosi verso il suolo, come se fosse pronta ad arpionarlo. A disegnarla – da solo dalla cima di un pantografo, per trecento metri quadrati, con sessanta barattoli di vernice – è lo street artist modenese Luca Zamoc.

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Foto di Giulia Callino

“Più che un artista -dice – sono un muratore: muovo trabattelli, mischio i colori, smeriglio. Per me, il muro è cantiere, disegnare è costruire spazi nuovi. Insieme alla mamma del fondatore del festival, Amedeo Lombardi, per questa parete abbiamo pensato a una fenice, simbolo di rinascita. Come Home Festival, che è sempre rinato dalle proprie ceneri anche dopo un paio di edizioni distrutte dal maltempo. E da cui quest’anno è nato Core”.

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Foto di Giulia Callino

A disegnare è anche Francesca, illustratrice, all’opera in disparte e su un suo quadernetto, durante il live di Myss Keta. Nel suo schizzo, la voce dell’angelo dall’occhiale da sera è azzurra: dietro a una mascherina tratteggiata a quadretti ricorda che Keta non esiste, anche se le grida con cui il pubblico le risponde sembrano smentirla.

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Foto di Giulia Callino

Nella pagina seguente del quaderno, il live di Ghemon è un’esplosione a matita di giallo, rosso e arancione, tutte Le cose che non ti ho saputo dire fissate sul lato sinistro del foglio. Tra gli spettatori che gremiscono l’ex Dogana per Calcutta c’è Livio, studente di logistica portuale: “Non saprei dire bene cosa mi piaccia di più. Credo l’idea dei carichi in viaggio, delle merci che arrivano nelle città, dei numeri con cui gestirli”. Ci salutiamo mentre il pubblico canta che ci vorrebbe una notte soltanto per viaggiare, una notte per ricominciare.

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Foto di Giulia Callino

Il giorno dopo, a brillare in una diversa narrazione della notte sono le Lucciole di Ketama126, che la Love Gang raccolta intorno al palco accompagna alzando mani a forma di cuore verso la sommità del circo, spostandosi poi davanti al Main Stage per il live di Gemitaiz. Nel pit sottopalco ritrovo Pietro, fotografo professionista: “Ho studiato chitarra al conservatorio fino quasi al diploma, poi ho iniziato questo lavoro. La fotografia di musica è qualcosa che sento proprio dentro”.

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Foto di Giulia Callino

In un pezzo, per un istante le parole di Gemitaiz citano Marilyn Monroe: nemmeno mezz’ora dopo, sul palco del Circus, la diva appare in video nell’esecuzione di un’inquieta canzone di auguri, appena prima dell’uscita in scena di Achille Lauro – le paillettes sul vestito / centomila rose – che dà al pubblico il benvenuto nel 1969.

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Foto di Giulia Callino

In prima fila, due genitori stanno intorno alla figlia di nove anni: “La prima volta che ci chiese di portarla a un concerto ne aveva quattro, per Caparezza. Da lì, l’abbiamo sempre accompagnata”.

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Foto di Giulia Callino

Dal 1969 al 1984, il rap di Cristo di Salmo raccoglie l’attesa, la sonda, la sfonda: allacciate le cinture, Lebon al mic. A concerto finito incontro Barbara, store manager a Milano, insieme al fratello Michele.

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Foto di Giulia Callino

“Salmo non piace a entrambi, – confessano – ma il punto non è quello. Ciò che ci interessa davvero, soprattutto ora che non viviamo più vicini, è essere qui come fratelli”.

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Foto di Giulia Callino

“Mio fratello oggi non è qui, perché lavora come giocoliere”, racconterà poco dopo Gianmarco, cuoco in una birreria a Montebelluna “Sa fare qualsiasi cosa, giochi, trampoli, magie. Un po’ come lui”. Mi indica un trampoliere, che sarà la prima persona che vedrò aggirarsi il giorno dopo – l’ultimo – tra i banchetti e i palchi del festival ancora silenzioso.

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Foto di Giulia Callino

Qualche ora dopo, le voci del pubblico seguono quella di Emis Killa tra le lenzuola d’hotel del singolo Rollercoaster: “Anche io lavoro in albergo” mi dice Roberto, “Room service in un cinque stelle a Venezia, anche se ho studiato tecnologie multimediali”.

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Foto di Giulia Callino

“Domani è un ritorno alla realtà – dice Roberto – ma quella che vorrei vivere ogni giorno è essere esattamente dove sono ora” – This is not music, this is life, this is what I live for potrebbe essere la risposta che gli danno dal palco i Maneskin.

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Foto di Giulia Callino

“Ho iniziato ad ascoltare gli Articolo31 nel 2001. Il medaglione che vedi, ce l’ho tatuato sul cuore”, racconta Eros, tatuatore, che indossa una maglietta del duo e una collana con la sigla SF, acronimo del film Senza Filtro interpretato dalla band.

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Foto di Giulia Callino

Poco prima del concerto Silvia, arrivata alle 7 di mattina per essere in prima fila, estrae invece un festone di stoffa: Un Articolo31 come scudo da sempre. “Sono cresciuta a pane e Articolo31 grazie a un mio cugino, che purtroppo non c’è più. J-Ax ha scritto e cantato la mia vita senza nemmeno conoscermi”. Il giorno dopo, ringraziando il pubblico attraverso le proprie storie di Instagram, DJ Jad inquadrerà la camera d’albergo, il festone di Silvia steso con cura al centro della scrivania.

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Foto di Giulia Callino

Inizia ad avvicinarsi l’orario di conclusione del festival e, nel piccolo luna park di Core, la voce falsata del giostraio ricorda che, per quest’anno, questi sono gli ultimi giri sui seggiolini volanti, l’ultima occasione per volare.

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Foto di Giulia Callino

Svariati metri più in là, Silvia sta guardando l’esibizione del suo ragazzo, Holograph, che appare e scompare turbinosamente dietro a due rettangoli di luce led: “Sono qui dalle 15:00 perché l’ho accompagnato per scaricare le cose, ora è l’1 di notte. Ma è un’attesa che varrà sempre la pena”.

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Foto di Giulia Callino

Dal Circus, il dj-set di Core Soundsystem sta provando a percuotere il tempo confondendolo con l’alto volume, come una festa estrema che sfugge accecante fra le fessure degli ingressi del circo, il ritmo a contrarsi in una danza. Diventa facile immaginarlo come la pulsazione di un cuore. Mentre sto raggiungendo la macchina, il battito non accenna a rallentare.

L'autore: Giulia Callino

Scrive di musica per Rockit.it e realizza reportage narrativi per CTRL Magazine. Ama la fotografia e si occupa di live photography. Le interessa indagare le storie degli altri, perché nel raccontarle scopre anche la sua.

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