Il Festivaletteratura di Mantova è un’alta marea. Quando a metà settembre si ritira, spesso lascia un paesaggio umano leggermente diverso, abbandonando sulla spiaggia qualcosa che prima non c’era. Come me, per esempio. Sono arrivato a Mantova più di 10 anni fa, da Barcellona, proprio a causa del Festival. Era il periodo in cui la mia città natale era una specie di Eldorado per i ragazzi italiani, ci andavano tutti.
E io invece di rimanerci ho risalito quella fiumana di gente in senso opposto, fino a una piccola cittadina il cui nome mi era vagamente famigliare solo grazie a Verdi, Rigoletto e uno zio melomane amante dell’opera. Sarei dovuto rimanere – a Mantova e al Festival – solo per qualche mese (era uno di quei programmi pagati dall’Unione Europea per fare un’esperienza di volontariato all’estero). Da allora sono passati più di 10 anni e nel frattempo Mantova è diventata casa mia.
Negli anni mi si è creata, a Mantova, una piccola geografia sentimentale, fatta di posti un po’ sgangherati, in sommessa ribellione contro la bellezza un po’ troppo per bene della piccola città d’arte. Chi conosce Mantova sa di cosa parlo: lo skyline con la cupola di Sant’Andrea e il castello di San Giorgio visti al tramonto da Campo Canoa, la fioritura dei fiori di loto sul Lago Superiore, i tortelli di zucca… Tutte cose meravigliose per davvero, ma a me sono diventati cari anche posti e paesaggi minori.
Come il Bar Lasagna di piazza Broletto, che con orgoglioso anacronismo sopravvive in una delle piazze più centrali e belle della città, circondato da ristoranti per turisti e negozi di abbigliamento più o meno intercambiabili, e dove, se hai lo stomaco buono, puoi chiedere un “Pugile”, misterioso intruglio alcolico battezzato così un po’ in onore di Attilio Lasagna, campione italiano dei pesi leggeri negli anni 40 nonché fondatore del locale, un po’ per la facilità con cui riesce a stenderti.
Oppure l’Osteria delle Quattro Tette (sì, questo il nome vero), dove vieni trattato con cordiale mancanza di riguardo (cioè, malino) ma dove in compenso mangi divinamente. D’altro canto lo spirito del locale, poco propenso a gigionerie e ammiccamenti, lo capisci già all’ingresso. Sulla porta campeggia infatti un cartello: “qui non si fanno tortelli di zucca”.
Come dicevo prima però il mio caso non è unico. Non pochi dei ragazzi arrivati in questi anni al Festival da tutta l’Europa per fare un’esperienza come la mia si sono poi fermati, hanno messo su famiglia e una vita nuova. Alejandra, Johan, Aline, Rita, Matthias, Marie, ragazzi arrivati dalla Svezia, dalla Germania, dall’Ungheria, dalla Francia, dalla Spagna.
Le loro storie assomigliano tutte un po’ alla mia: tutti loro hanno incontrato qualcuno che, nell’euforia della Mantova in fiore dei giorni del Festivaletteratura, li ha convinti a restare. Ma passata l’allegra sbronza festivaliera hanno imparato ad amare anche, e soprattutto, la Mantova riservata del lunedì dopo.